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L’intervista del direttore al Capitano Ultimo
È difficile descrivere l’emozione di trovarsi di fronte a un uomo che ha affrontato la mafia e ha contribuito a scrivere un capitolo fondamentale nella lotta per la giustizia in Italia. Intervistare il capitano Ultimo, il cui vero grado è Generale di Brigata, è stato un onore che ha portato con sé una profonda riflessione. Le sue parole, cariche di esperienza e sofferenza, hanno rivelato non solo il coraggio di un singolo, ma anche la determinazione di un intero gruppo, i membri della Crimor, che per mesi hanno vissuto lontano dalle loro famiglie, impegnati in una battaglia che sembrava non avere fine. Arrestare i più pericolosi boss di Cosa Nostra.
Ma il prezzo da pagare per questa lotta è alto. Vivere con una taglia sulla testa è una realtà inaccettabile che mette in discussione la sicurezza di chi sceglie di opporsi al crimine organizzato. La recente decisione del Ministro Piantedosi di revocare la scorta al comandante Ultimo solleva interrogativi inquietanti. In un contesto in cui molti boss rimangono sotto regime di 41 bis per la loro pericolosità, la scelta di esporre un eroe della giustizia a un rischio maggiore appare incomprensibile. Di seguito le domande che ho posto al Capitano Ultimo.
Perché decide di chiamarsi “Ultimo” ?
Mi chiamo Ultimo perché sono cresciuto in un mondo di “aspiranti “Primi”. Così quando sono entrato a far parte dei Reparti del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (Sezione Anticrimine di Milano) per sicurezza si doveva assumere un nome di battaglia per celare la nostra identità, ripeto per motivi di sicurezza non per essere dei “fighi”, ho scelto il nome di Battaglia di Ultimo, per chiarire che non ero un pericolo per le ambizioni sfrenate dei “Primi” e delle loro carriere. Ridevano del mio nome, poi hanno capito che non è il nome a definire le qualità di un uomo e oggi non ridono più.
Il suo volto è stato a lungo coperto dal passamontagna perché questa scelta?
Perrchè 5 collaboratori di giustizia dal luglio 1993 hanno dichiarato che Leoluca Bagarella dava 1 miliardo di lire per sapere dove si trovava il capitano Ultimo che Bernardo Provenzano aveva definito un progetto per sequestrare o uccidere il capitano Ultimo, che Bernardo Provenzano aveva organizzato una trappola per uccidere il capitano Ultimo fuori dalla Sicilia attraverso un suo conoscente con cui faceva sport. Così diventare invisibile è stata la mia sicurezza, non conoscere il volto del nemico è un fattore importante, per vincere e per sopravvivere. A me è servito. non ho fatto foto con i miei familiari, non ho partecipato a eventi di comunità con i miei parenti, ho difeso loro e me. Abbiamo vinto su Bagarella e Provenzano. Abbiamo perso con l’indifferenza di un paio di oggi ex (per fortuna) comandanti generali dei carabinieri e del ministro Piantedosi–Salvini che invece hanno deciso di togliermi la scorta perché, secondo loro, e i loro Uffici vari (primo fra tutti l’Ufficio UCIS), la mafia non è più pericolosa grazie ad arresti e sequestri che ci sono stati. Strano che le stesse Autorità continuano a tenere reclusi al 41 bis i mafiosi (anche Bagarella), strano che li lasciano morire in carcere anche quando sono malati terminali(vedi Messina DenaroMatteo, Riina e Provenzano ed altri) dicendo che sono ancora pericolosi. Dovrebbero chiarire alla loro coscienza, se ce l’hanno, che giochini fanno sulla pelle delle persone e sulla memoria dei tanti caduti.
Nel 90 lei fonda la Crimor e battezzò i carabinieri combattenti i carabinieri di oggi hanno la sua vocazione di allora?
Non so quale sia la vocazione dei Carabinieri di oggi e in fondo non sapevo neanche quella che avevano i Carabinieri di ieri. Le motivazioni sono sempre personali e diverse per ognuno di noi. Una cosa ci unisce ed è la battaglia sulla strada per difendere i più deboli. I carabinieri che lavorano sulla strada incontrano la violenza, il sopruso, la vedono chiara sul volto delle persone violentate, rapinate, ferite, uccise, e li capiscono l’importanza del loro lavoro, vedono la speranza , la fiducia che le vittime, gli indifesi ripongono in loro e nella loro Uniforme. Così o scelgono di pensare alla carriera o decidono di difendere i più deboli e colpire i violenti, i mafiosi i criminali. Altro non sò.
Nel 93, il 15 gennaio Lei riuscì ad arrestare Riina può raccontarci come è riuscito in questa impresa storica? Gli disse qualcosa quando gli mise le manette ai polsi? Lui come reagì?
Abbiamo catturato Riina perchè ho scelto di pedinare i fratelli Ganci della Famiglia mafiosa del quartiere Noce di Palermo, infatti il pentito Francesco Marino Mannoia aveva dichiarato, anni prima ,che la famiglia della noce Riina “la portava nel cuore”, Così seguendo Ganci Domenico nel mese di ottobre in una occasione lo abbiamo visto muoversi in maniera strana, cauta, circospetta come se doveva andare ad un incontro che voleva nascondere e l’ abbiamo perso in corrispondenza di via Gian Lorenzo Bernini. A gennaio il Pentito Balduccio Di Maggio dichiara ai magistrati di Palermo che Riina o lo tenevano i Ganci della Noce o i fratelli Sansone della famiglia mafiosa del quartiere Uditore. Abbiamo fatto accertamenti e abbiamo visto che in via Bernini 54 esisteva un contratto enel intestato a uno dei ftratelli Sansone. Così abbiamo fatto osservazione da un furgone su quel civico e da lì abbiamo visto uscire la moglie e i figli di Riina. Il 15 gennaio 1993 ripetendo l’osservazione abbiamo visto entrare verso le ore nove Biondino Salvatore, Killer del capitano Mario D’ Aleo, dell’appuntato Giuseppe Bommarito e del Carabiniere Pietro Morici, regista delle stragi di mafia e poco dopo è uscito con a bordo dell’ auto Riina Salvatore. Abbiamo seguito la vettura in via regione Siciliana ed all’ altezza del motel Agip il semaforo era rosso, eravamo in condizioni perfette, così Homar e Arciere hanno preso Biondino alla guida, io e Vikingo abbiamo preso Riina lato passeggeri e Freccia si è messo alla guida della loro auto. Così abbiamo preso Riina.
Subito dopo fu accusato di favoreggiamento a Cosa Nostra perché si è arrivato a tanto, è ipotizzabile una “manovra” politica?
Non lo so, io al processo ho visto solo mediocrità, invidia e ambizione sfrenata da parte di personaggi che alla fine hanno perso. Le loro accuse si sono dimostrate false o sbagliatee così abbiamo vinto anche contro di loro, allo stesso modo in cui abbiamo vinto contro Riina e i mafiosi, e ne sono fiero allo stesso modo.
Come si vive sapendo di poter essere ucciso, lei lo sa la Mafia non dimentica!
Io ho vissuto continuando a combattere la mafia in Sicilia e devo dire che è stato bellissimo da carabiniere combattente sfidare sul loro terreno quelli che volevano uccidermi. Devo dire grazie ai carabinieri che erano accanto a me, non mi hanno mai lasciato solo, hanno rischiato la vita insieme a me ed abbiamo diviso sulla strada quello che avevamo: per un soldato non c’è cosa più grande. Li porto nel cuore uno a uno. Loro e le loro famiglie. Che la mafia non dimentica lo sappiamo tutti, evidentemente non lo sanno il Ministro Piantedosi–Salvini e l’Ufficio UCIS, provate a dirglielo voi. L’avvocato Antonino Galletti glielo sta dicendo da 7 anni davanti al TAR Lazio e al Consiglio di Stato, ma non vogliono capire, alla fine è una questione di Autorità, anzi di Autoritarismo che non vuole arretrare.
Secondo Lei oggi la mafia ha cambiato modo di “lavorare” hanno raggiunto i palazzi del potere sono all’interno?
La mafia è dove ha interessi ad essere, come è sempre stato. E dove ha interessi elimina tutto ciò che si frappone al raggiungimento di quegli interessi. Sappiamo chi sono i mafiosi, non sono più organizzazioni segrete grazie ai collaboratori di giustizia, il problema che i ministri nascondono al Popolo è che non siamo in grado di pedinare tutti i mafiosi liberi e quindi preferiscono sciogliere i consigli comunali ritenuti infiltrati dalla mafia perché non riescono a sciogliere le cosche mafiose, preferiscono sequestrare aziende e imprese infiltrate dalla mafia perché non riescono a sequestrare i patrimoni di tutti i mafiosi e dei loro parenti e affini di primo e secondo grado. Preferiscono arrestare i politici per voto di scambio perché non riescono a togliere i diritti politici ai mafiosi ed ai loro parenti e affini di primo e secondo grado. Eppure come vede gli strumenti da usare per chiudere i conti con le mafie sono semplici. L’ ultima battaglia da fare è questa e ve lo dico col cuore: togliere il diritto di voto e l’accesso al lavoro (solo lavori di pubblica utilità) ai parenti e affini di primo e secondo grado dei mafiosi se non non collaborano. Un provvedimento semplice, chiaro che tutti ignorano. Così Piantedosi va in Albania a costruire carceri per i migranti (non per i mafiosi che sarebbe una grande cosa) e l’opposizione vuole dare il cognome delle madri ai figli (ma chi se ne frega). Battaglie diverse che alla Mafia in fondo fanno comodo.
Questa battaglia portatela avanti voi insieme alla gente comune, alle famiglie, a quelli che voglio chiudere veramente la presenza della mafia in Italia e nel mondo.
Cosa nostra mise sulla sua testa una taglia, a distanza di tempo come interpreta quel gesto: iniziarono a temerla?
La mafia mi ha temuto al punto che nel 2006 quando è stato arrestato Bernardo Provenzano, sul comodino oltre alla Bibbia aveva il libretto verde scritto dal capitano Ultimo “ l’Azione “ tecnica di lotta anticrimine ed Laurus Robuffo. Per me e per i miei uomini è stato il massimo riconoscimento, essere diventati l’ incubo del nemico che voleva uccidermi, del capo di cosa nostra.
Un ultima domanda Comandante lei ha mai avuto paura? Come ha gestito la paura?
La paura appartiene a tutti, è un dono, ci aiuta a riflettere, a non sbagliare perché ci fa capire che esistono rischi, pericoli, si tratta di essere amici della paura, ascoltarla e poi decidere quale cosa è giusto fare, per vincere, accettando i rischi in maniera consapevole, la ringrazio perché mi ha aiutato a progettare le azioni, gli interventi, anche i più impossibili, sempre esaminando tutte le possibili difficoltà i possibili pericoli e alla fine siamo sempre usciti vincitori, senza fare vittime e senza subirne, sulla strada, lontano dai palazzi del potere dove invece l’ inganno, l’ invidia, l’ ambizione degli uomini ti colpiscono alle spalle e non hai difese. Così hanno sciolto l’ Unità Crimor, così hanno perseguitato e demansionato tutti i carabinieri che lavoravano con me quando ero all’ AISE per compiacere la famiglia del padrone di turno “Renzi”. Ma lo spirito, la cultura, la tecnica di quei carabinieri continuano a vivere nel cuore di altri carabinieri che combattono nei luoghi più periferici, nei Reparti più umili e ignorati dallo spettacolo dei media, quelli che alcuni Gerarchi della propaganda hanno definito in maniera spregevole “Confort Zone” le nostre Stazioni Carabinieri, dove tutto è nato e dove tutto continua a Resistere. Ultimo